Più
di cinquecento pagine: tante ce ne son volute a Nino Ruggiero, Peppe Nocera,
Barbara Ruggiero per raccontare i novanta anni (1926-2016) della Paganese. Non in modo scarno, seppure con pazienza e precisione certosina, affidandosi
solo ai dati statistici, ma con l’emozione, l’animo del tifoso che li ha spinti
a occuparsi della squadra di calcio della loro città: lui, Nino, affermato giornalista
sportivo, con un lungo percorso alle spalle; Peppe, che ne segue brillantemente
le orme; Barbara, inevitabilmente contagiata dal genitore (e, come dice, il
proverbio “buon sangue non mente”).

Scorrendo, sia pure rapidamente, le pagine di Storia e storie della Paganese (Edizioni Paganese Calcio) mi sembra di capire che i momenti più alti di questi novanta anni sono legati
al campionato 1976/77 quando, sotto la presidenza di Marcello
Torre, fu sfiorata la promozione in serie B e quando, nel corso del campionato successivo, la squadra fu ammessa a disputare il
torneo anglo-italiano, ricostruito con dovizia di particolari da un testimone
oculare, il giornalista Rino Cesarano.
In appendice, le schede relative ai presidenti e agli allenatori che si sono succeduti alla guida del sodalizio, i tabellini degli ultimi dieci anni, un ricco repertorio di immagini che documentano le tappe salienti di una vicenda calcistica lunga e appassionante. Che si spera possa riservare, magari a breve, nuove, e maggiori, soddisfazioni. Una storia – insistono gli autori – che non può andare perduta e che, anzi, deve costituire “un pilastro fondamentale per l’identità di un paese che si riconosce nei valori sani dello sport e che del passato deve far tesoro”.
In appendice, le schede relative ai presidenti e agli allenatori che si sono succeduti alla guida del sodalizio, i tabellini degli ultimi dieci anni, un ricco repertorio di immagini che documentano le tappe salienti di una vicenda calcistica lunga e appassionante. Che si spera possa riservare, magari a breve, nuove, e maggiori, soddisfazioni. Una storia – insistono gli autori – che non può andare perduta e che, anzi, deve costituire “un pilastro fondamentale per l’identità di un paese che si riconosce nei valori sani dello sport e che del passato deve far tesoro”.
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